"Da parte nostra c'è il fortissimo auspicio che l'attività della procura federale si concluda entro il 30 giugno". Giancarlo Abete, presidente FIGC, si espresse in questi termini il 17 giugno scorso, a oltre un anno dalla presentazione in Federazione dell'esposto della Juventus su calciopoli (datato 10 maggio 2010).
Il fatidico giorno è infine giunto, e nel corso delle prossime ore il procuratore capo Stefano Palazzi presenterà l'atteso dossier a chi di dovere. La decisione finale sulla revoca dello scudetto 2005-2006 assegnato a tavolino all'Inter, potrebbe però slittare al consiglio federale programmato per metà luglio.
Indipendentemente dagli esiti giuridico-sportivi che seguiranno la pubblicazione di questo rapporto, è doveroso fare alcune considerazioni di carattere generale sulla gestione giudiziaria dell'affare calciopoli che, volenti o nolenti, ha condizionato il calcio italiano negli ultimi 5 anni.
Nel 2006 intercettazioni telefoniche rese pubbliche dalla Procura di Napoli, chiamata ad indagare su GEA ed i rapporti camorra-calcioscommesse, evidenziarono comportamenti irregolari delle seguenti società di serie A: Juventus, Lazio, Milan e Fiorentina. La posizione più grave fu quella imputata alla Juventus, accusata di frode sportiva ed illecito, mentre per le altre si parlò di "semplice" illecito. La Giustizia Sportiva, chiamata ad una decisione rapida per consentire la stesura dei calendari dei campionati nei tempi previsti, si espresse il 14 luglio 2006. La Juventus fu retrocessa in serie B con penalizzazione, le fu revocato lo scudetto 2004-2005 (periodo temporale cui le intercettazioni fanno riferimento) e non assegnato quello 2005-2006. Milan, Lazio e Fiorentina si videro penalizzate sia nella stagione appena conclusa, vedendo modificate le rispettive posizioni di classifica, sia in quella successiva.
La mancata assegnazione del titolo 2005-2006 alla Juventus e le penalizzazioni inflitte alle società coinvolte nello scandalo costrinsero la Federazione a riscrivere la classifica che, terminate le operazioni di sottrazione, vide davanti a tutti l'Inter di Massimo Moratti. Pressata dalla UEFA, che richiedeva una classifica ufficiale della Serie A per iscrivere le squadre italiane alle competizioni europee, la FIGC, nella persona del commissario straordinario Guido Rossi, nominò una commissione di "tre saggi" chiamata a decidere dello scudetto conteso. La decisione non si fece attendere e l'Inter fu proclamata campione d'Italia 2006. Un entusiasta Moratti parlò di "scudetto dell'onestà" dopo anni di ingiustizie subite dalla sua società. Immediatamente la contrapposizione tra Juventus ed Inter divenne feroce, sentendosi gli uni defraudati di un titolo vinto sul campo (e su cui non esiste alcuna intercettazione) ed i secondi beneficiari di un titolo dopo 17 lunghi anni di attesa. Alla luce dei fatti di allora, l'investigatore capo della Procura di Napoli, il Maggiore dei Carabinieri Attilio Auricchio, disse:"Piaccia o non piaccia, di intercettazioni che vedano coinvolti i dirigenti dell'Inter non ce ne sono". Conclusa l'amministrazione straordinaria, Guido Rossi si dimise da commissario della Federazione per ricoprire la carica di Presidente di Telecom Italia, ai tempi proprietà di Marco Tronchetti Provera.
Raccontata in questi termini, Calciopoli appare un processo sportivo lineare e trasparente, sebbene rapido per la brevità dei tempi nei quali si è dovuto agire. I dubbi sulla trasparenza del procedimento però emersero sin dalle prime battute, cioè dalla nomina a commissario straordinario della FIGC di Guido Rossi.
Rossi è innegabilmente un professionista di alto profilo. Laureato in giurisprudenza presso l'Università di Pavia, ha conseguito un master in legge presso l'università di Harvard. Ha esercitato la carica di professore ordinario presso diversi atenei, tra cui l'Università degli Studi di Milano, Bocconi e San Raffaele. Ha persino ricoperto ruoli manageriali di assoluto rilievo, essendo stato presidente di Consob e Ferfin-Montedison. Un curriculum di tutto rispetto che è stato spesso riportato durante i giorni torridi dell'estate di Calciopoli. Ciò cui certa stampa non ha dato però risalto, è stata la partecipazione di Rossi al Consiglio di Amministrazione dell'Inter, per oltre 10 anni, in piena era Moratti.
Alla luce dei contorni che assunse Calciopoli sin dalle prime battute, la scelta di un commissario con questo passato sportivo lasciò molti dubbi. La contrapposizione bianconerazzurra fu chiara da subito, essendo in ballo l'assegnazione di uno scudetto vinto dalla Juventus, ma implicitamente preteso dal desiderio di rivalsa dell'Inter. La nomina di una commissione di "tre saggi", oltre a suscitare una certa ilarità per le sfumature massoniche dell'espressione coniata da Guido Rossi, conferma i dubbi inerenti il commissario vista la scarsa trasparenza della vicenda. La segretezza circa i tre nomi fu quantomai curiosa, essendo stati resi noti a sentenza emessa e comunque mai troppo pubblicizzati sulla carta stampata. I motivi alla base di questo parere occulto restano ignoti, ma la domanda da porsi è se fosse necessario istituire un tale ente. La questione era chiara e semplice basandosi sui fatti di allora, eppure si sentì la necessità di un parere superiore, una decisione pilatesca che non cancella eventuali responsabilità oggettive.
Le dimissioni di Rossi segnano un ulteriore controverso capitolo della sua esperienza in Federazione. Il commissario aveva infatti accettato, prima di dimettersi, la presidenza di Telecom Italia offertagli da Tronchetti Provera. Le reazioni di tifosi, stampa e politici non si fecero attendere, in quanto il conflitto di interessi parve palese. Rossi però considerava le due cariche compatibili, dato che il ruolo di commissario straordinario aveva un significato di garanzia.
Un garante, tuttavia, deve necessariamente elevarsi al di sopra di ogni sospetto e delle parti coinvolte. Telecom era proprietà di Tronchetti Provera, a sua volta proprietario di Pirelli e principale azionista, dopo Moratti, della società F.C. Internazionale. Visti i fatti, sarebbe stato difficile poter accettare come garante della trasparenza in federazione un commissario in qualche modo riconducibile ad una società di serie A, a maggior ragione se questa società fosse stata l'unica ad aver tratto benefici dallo scandalo gestito dal commissario stesso.
Come poi andò l'esperienza di Rossi in Telecom è presto detto. Si dimise per contrasti insanabili con Tronchetti Provera ed affermò, col senno di poi, che non avrebbe mai accettato quell'incarico, ritenendosi esso stesso deluso dal comportamento del principale azionista.
Giustizia (sportiva) è fatta, si pensò, ma a Napoli era iniziato il processo penale con principali imputati l'ex designatore arbitrale Pierluigi Pairetto, l'ex arbitro Massimo De Santis e soprattutto l'ex dirigente juventino Luciano Moggi. I legali di Moggi scoprirono, tra le oltre 150 mila intercettazioni refertate, telefonate che vedevano coinvolti dirigenti interisti (ma anche di altre società) intenti a parlare con l'ex designatore Paolo Bergamo e l'arbitro Danilo Nucini. Il numero e la qualità di queste telefonate è tuttora ritenuto dalle parti in causa non dissimile da quelle che spinsero gli organi sportivi ad infliggere pene esemplari alle società coinvolte nello scandalo. Tra i dialoghi che vedono coinvolto Giacinto Facchetti, compaiono alcune chiamate che evidenziano un rapporto di collaborazione tra l'arbitro Nucini e il presidente nerazzurro di allora, oltre a diverse telefonate con il designatore Bergamo.
Il Colonello Attilio Auricchio, Maggiore ai tempi di Calciopoli, si affrettò a dichiarare al processo che il tenore delle intercettazioni che vedono coinvolti gli ex dirigenti di AIA e Juventus è ben diverso da quelle di Giacinto Facchetti e fu per quel motivo che non furono trasmesse alla Procura della Federcalcio.
5 anni fa però, Auricchio dichiarò che tali intercettazioni non esistevano, piacesse o non piacesse. La rilevanza di un documento probante deve essere determinata dagli organi competenti e non da chi è deputato ad un lavoro prettamente investigativo. Se esistesse sovrapposizione di ruoli in questo ambito si creerebbero controversie spesso insanabili. Se inoltre queste intercettazioni non fossero state rilevanti, come spiega il Colonello che le medesime siano state ammesse dal giudice Teresa Casoria al processo di Napoli?
A riprova della rilevanza di questi documenti è emersa la cosidetta "Operazione Ladroni", portata avanti da Facchetti e Nucini. Le finalità di questa operazione consistevano nello smascherare eventuali comportamenti illeciti da parte di altre società di serie A. Si è inoltre scoperto che Nucini ricevette garanzia di una serie di colloqui di lavoro presso le società presiedute dall'a.d. interista Ernesto Paolillo, in virtù dei servigi prestati a Facchetti stesso.
Da quanto riportato si evince come il quadro sia molto complesso ed estremamente articolato. I fatti emersi a Napoli raccontano di una serie di atti compiuti dalla società nerazzurra che la giustizia sportiva avrebbe potuto considerare illeciti ai tempi di calciopoli e portare ad una storia completamente diversa.
La questione non deve essere semplificata, come molti hanno fatto, al dualismo Inter-Juventus, in quanto lo scandalo ha coinvolto, direttamente od indirettamente, molte società calcistiche italiane. La Roma, società oberata dai debiti e di fatto asfittica in chiave mercato per molti anni, non ha beneficiato quanto avrebbe potuto se i fatti nuovi (ma vecchi) fossero emersi nel 2006. E altrettanto potrebbe dire il Chievo Verona, società dalla gestione economico-sportiva esemplare, che avrebbe potuto accedere direttamente alla Champions League senza dover passare dai preliminari (che poi lo eliminarono). E l'Inter?
L'Inter è stata l'unica società ad aver tratto significativi vantaggi dalla gestione discutibile dello scandalo Calciopoli. Ne ha beneficiato in chiave mercato, in quanto consapevole del proprio futuro sportivo (in serie A ed in Champions direttamente) e avvantaggiata dai premi derivanti da un titolo vinto per vie giudiziarie. Ha acquistato giocatori come Ibrahimovic e Vieira dalla Juventus, che hanno fatto la fortuna del club nerazzurro e che difficilmente sarebbero stati ceduti dalla società di corso Galileo Ferraris. Ha acquisito un predominio sportivo indiscusso vista l'assenza di reali competitor per anni, di fatto annichiliti dalle sentenze di Calciopoli.
In questi giorni ci apprestiamo a vivere i capitoli finali (?) per quanto concerne l'aspetto giuridico sportivo. Ciò che lascia perplessi è come molte delle società indirettamente penalizzate da una sentenza rivelatasi incompleta, alla luce dei fatti ora emersi, non abbiano fatto sentire la propria voce nelle sedi opportune. Che possa esserci un qualche gentlemen agreement sotteraneo è possibile, essendo il calcio un business e il business un mondo dove sono il profitto e l'interesse a determinare amicizie e collaborazioni. Del resto Juventus, Milan ed Inter hanno sempre mantenuto ottimi rapporti (si pensi ai diritti televisivi), al di là di schermaglie di facciata più per accontentare i tifosi che non per convinzione delle parti.
Ad ogni modo, il dossier di Palazzi giunge in tempi molto lontani da quelli cui i fatti si riferiscono e solo perchè invocato dalla società maggiormente penalizzata dalla Giustizia Sportiva nel 2006. La Procura FIGC avrebbe potuto e dovuto riaprire la questione autonomamente, ma non lo ha fatto per evitare disidicevoli controversie.
Che lo scudetto 2006 venga o meno revocato all'Inter interessa relativamente. Gli inviti al buon senso che si leggono in questi giorni circa la cancellazione di quel titolo conteso sono fuori luogo oltre che perbenisti. Le persone di buon senso sanno che anche revocando quello scudetto non si cancellerebbero gli errori commessi, ma probabilmente se ne aggiungerebbero altri.
Se dal dossier redatto dal procuratore Palazzi emergesse la definizione di un illecito sportivo, di per sè possibile considerando la natura dei fatti rivelati nel processo di Napoli, l'Inter si ritroverebbe a dover fronteggiare la paradossale situazione di aver beneficiato di un intero processo sportivo che, oggi, sarebbe completamente ribaltato, avendo trasformato la vittima in un ulteriore carnefice. Che fare dunque?
Palazzi sa perfettamente che togliere il quattordicesimo scudetto nerazzurro potrebbe essere la soluzione giusta, ed eclatante, per mettere a tacere polemiche protrattesi in questi ultimi 5 anni. Non di meno, è consapevole del fatto che non sarebbe una punizione paragonabile a quelle inflitte, se non alla Juventus (accusata di frode oltre che di illecito), a Milan, Lazio e Fiorentina, condannate per reati analoghi nella forma. A questa deprecabile situazione, potrebbe porre rimedio il ricorso alla prescrizione per gli eventuali illeciti, essendo questi riferiti a fatti accaduti in tempi prescrivibili, come sancito dal Codice di Giustizia Sportiva (art. 18 del C.G.S. al 2006; la durata è oggi estesa a 8 anni come citato nell'articolo 25 del nuovo codice). L'eventuale revoca del tricolore nerazzurro, in assenza di sanzioni punitive per l'entità dell'eventuale illecito contestato, porterebbe ad una difformità di giudizio sostanziali tra le parti. Nel considerare le ipotetiche pene, si dovrebbe inoltre tenere conto dell'aggravante legata al vantaggio ricavatone per gli anni di assenza di questo materiale probatorio. Tali indubbi benefici potrebbero essere di per sè stessi considerati illeciti in quanto reiterazione del reato, di conseguenza non prescrivibili vista la procedibilità temporale. L'imbarazzo delle parti coinvolte è dunque comprensibile, ma altrettanto inaccettabile perchè opportunista.
Il comportamento di Federcalcio e Giustizia Sportiva in merito a questa vicenda è stato contraddittorio e sommario. L'epilogo che ci apprestiamo a vivere rischia di essere l'ennesimo capitolo di un periodo storico del nostro calcio cui ogni tifoso non avrebbe voluto assistere. I fatti qui riportati non hanno per fine la criminalizzazione di un club appannaggio di un altro. Se così fosse, si sarebbe parlato anche delle vicende di Vieri o dei passaporti falsi di anni addietro, ma sono fatti che esulano la tesi qui sostenuta. Si sono semplicemente evidenziati l'incongruenza e gli aspetti controversi di molte decisioni prese nel corso di questi anni. Che poi tutta Calciopoli abbia velocizzato il processo di maturazione per cui l'Inter sia riuscita ad imporsi in Italia per 4 anni consecutivi e trionfare in Europa è una logica conseguenza.
Basterebbe fare un gioco. Immaginate che tutte le intercettazioni fossero state a disposizione nel 2006 e che l'Inter fosse stata accusata dei medesimi illeciti di Milan, Lazio e Fiorentina. Cosa sarebbe successo in questi anni? La Juventus sarebbe comunque andata in serie B con annessa penalizzazione, ma l'Inter, senza uno scudetto in bacheca, una Champions in meno da giocare ed una penalizzazione per l'anno successivo, avrebbe avuto la forza economica e l'appeal necessario per acquistare e convincere Ibrahimovic della bontà del proprio porgetto? Senza lo svedese avrebbe vinto tre scudetti consecutivi come accadde con il numero 8 in squadra? Avrebbe comunque acquistato Eto'o, anche senza avere Ibra che il Barcellona tanto voleva? Sarebbe arrivato ugualmente Mourinho in una squadra nemmeno vincente nel proprio campionato? Chi mai potrà dirlo, le "sliding doors" esistono soltanto al cinema...
Il fatidico giorno è infine giunto, e nel corso delle prossime ore il procuratore capo Stefano Palazzi presenterà l'atteso dossier a chi di dovere. La decisione finale sulla revoca dello scudetto 2005-2006 assegnato a tavolino all'Inter, potrebbe però slittare al consiglio federale programmato per metà luglio.
Indipendentemente dagli esiti giuridico-sportivi che seguiranno la pubblicazione di questo rapporto, è doveroso fare alcune considerazioni di carattere generale sulla gestione giudiziaria dell'affare calciopoli che, volenti o nolenti, ha condizionato il calcio italiano negli ultimi 5 anni.
Nel 2006 intercettazioni telefoniche rese pubbliche dalla Procura di Napoli, chiamata ad indagare su GEA ed i rapporti camorra-calcioscommesse, evidenziarono comportamenti irregolari delle seguenti società di serie A: Juventus, Lazio, Milan e Fiorentina. La posizione più grave fu quella imputata alla Juventus, accusata di frode sportiva ed illecito, mentre per le altre si parlò di "semplice" illecito. La Giustizia Sportiva, chiamata ad una decisione rapida per consentire la stesura dei calendari dei campionati nei tempi previsti, si espresse il 14 luglio 2006. La Juventus fu retrocessa in serie B con penalizzazione, le fu revocato lo scudetto 2004-2005 (periodo temporale cui le intercettazioni fanno riferimento) e non assegnato quello 2005-2006. Milan, Lazio e Fiorentina si videro penalizzate sia nella stagione appena conclusa, vedendo modificate le rispettive posizioni di classifica, sia in quella successiva.
La mancata assegnazione del titolo 2005-2006 alla Juventus e le penalizzazioni inflitte alle società coinvolte nello scandalo costrinsero la Federazione a riscrivere la classifica che, terminate le operazioni di sottrazione, vide davanti a tutti l'Inter di Massimo Moratti. Pressata dalla UEFA, che richiedeva una classifica ufficiale della Serie A per iscrivere le squadre italiane alle competizioni europee, la FIGC, nella persona del commissario straordinario Guido Rossi, nominò una commissione di "tre saggi" chiamata a decidere dello scudetto conteso. La decisione non si fece attendere e l'Inter fu proclamata campione d'Italia 2006. Un entusiasta Moratti parlò di "scudetto dell'onestà" dopo anni di ingiustizie subite dalla sua società. Immediatamente la contrapposizione tra Juventus ed Inter divenne feroce, sentendosi gli uni defraudati di un titolo vinto sul campo (e su cui non esiste alcuna intercettazione) ed i secondi beneficiari di un titolo dopo 17 lunghi anni di attesa. Alla luce dei fatti di allora, l'investigatore capo della Procura di Napoli, il Maggiore dei Carabinieri Attilio Auricchio, disse:"Piaccia o non piaccia, di intercettazioni che vedano coinvolti i dirigenti dell'Inter non ce ne sono". Conclusa l'amministrazione straordinaria, Guido Rossi si dimise da commissario della Federazione per ricoprire la carica di Presidente di Telecom Italia, ai tempi proprietà di Marco Tronchetti Provera.
Raccontata in questi termini, Calciopoli appare un processo sportivo lineare e trasparente, sebbene rapido per la brevità dei tempi nei quali si è dovuto agire. I dubbi sulla trasparenza del procedimento però emersero sin dalle prime battute, cioè dalla nomina a commissario straordinario della FIGC di Guido Rossi.
Rossi è innegabilmente un professionista di alto profilo. Laureato in giurisprudenza presso l'Università di Pavia, ha conseguito un master in legge presso l'università di Harvard. Ha esercitato la carica di professore ordinario presso diversi atenei, tra cui l'Università degli Studi di Milano, Bocconi e San Raffaele. Ha persino ricoperto ruoli manageriali di assoluto rilievo, essendo stato presidente di Consob e Ferfin-Montedison. Un curriculum di tutto rispetto che è stato spesso riportato durante i giorni torridi dell'estate di Calciopoli. Ciò cui certa stampa non ha dato però risalto, è stata la partecipazione di Rossi al Consiglio di Amministrazione dell'Inter, per oltre 10 anni, in piena era Moratti.
Alla luce dei contorni che assunse Calciopoli sin dalle prime battute, la scelta di un commissario con questo passato sportivo lasciò molti dubbi. La contrapposizione bianconerazzurra fu chiara da subito, essendo in ballo l'assegnazione di uno scudetto vinto dalla Juventus, ma implicitamente preteso dal desiderio di rivalsa dell'Inter. La nomina di una commissione di "tre saggi", oltre a suscitare una certa ilarità per le sfumature massoniche dell'espressione coniata da Guido Rossi, conferma i dubbi inerenti il commissario vista la scarsa trasparenza della vicenda. La segretezza circa i tre nomi fu quantomai curiosa, essendo stati resi noti a sentenza emessa e comunque mai troppo pubblicizzati sulla carta stampata. I motivi alla base di questo parere occulto restano ignoti, ma la domanda da porsi è se fosse necessario istituire un tale ente. La questione era chiara e semplice basandosi sui fatti di allora, eppure si sentì la necessità di un parere superiore, una decisione pilatesca che non cancella eventuali responsabilità oggettive.
Le dimissioni di Rossi segnano un ulteriore controverso capitolo della sua esperienza in Federazione. Il commissario aveva infatti accettato, prima di dimettersi, la presidenza di Telecom Italia offertagli da Tronchetti Provera. Le reazioni di tifosi, stampa e politici non si fecero attendere, in quanto il conflitto di interessi parve palese. Rossi però considerava le due cariche compatibili, dato che il ruolo di commissario straordinario aveva un significato di garanzia.
Un garante, tuttavia, deve necessariamente elevarsi al di sopra di ogni sospetto e delle parti coinvolte. Telecom era proprietà di Tronchetti Provera, a sua volta proprietario di Pirelli e principale azionista, dopo Moratti, della società F.C. Internazionale. Visti i fatti, sarebbe stato difficile poter accettare come garante della trasparenza in federazione un commissario in qualche modo riconducibile ad una società di serie A, a maggior ragione se questa società fosse stata l'unica ad aver tratto benefici dallo scandalo gestito dal commissario stesso.
Come poi andò l'esperienza di Rossi in Telecom è presto detto. Si dimise per contrasti insanabili con Tronchetti Provera ed affermò, col senno di poi, che non avrebbe mai accettato quell'incarico, ritenendosi esso stesso deluso dal comportamento del principale azionista.
Giustizia (sportiva) è fatta, si pensò, ma a Napoli era iniziato il processo penale con principali imputati l'ex designatore arbitrale Pierluigi Pairetto, l'ex arbitro Massimo De Santis e soprattutto l'ex dirigente juventino Luciano Moggi. I legali di Moggi scoprirono, tra le oltre 150 mila intercettazioni refertate, telefonate che vedevano coinvolti dirigenti interisti (ma anche di altre società) intenti a parlare con l'ex designatore Paolo Bergamo e l'arbitro Danilo Nucini. Il numero e la qualità di queste telefonate è tuttora ritenuto dalle parti in causa non dissimile da quelle che spinsero gli organi sportivi ad infliggere pene esemplari alle società coinvolte nello scandalo. Tra i dialoghi che vedono coinvolto Giacinto Facchetti, compaiono alcune chiamate che evidenziano un rapporto di collaborazione tra l'arbitro Nucini e il presidente nerazzurro di allora, oltre a diverse telefonate con il designatore Bergamo.
Il Colonello Attilio Auricchio, Maggiore ai tempi di Calciopoli, si affrettò a dichiarare al processo che il tenore delle intercettazioni che vedono coinvolti gli ex dirigenti di AIA e Juventus è ben diverso da quelle di Giacinto Facchetti e fu per quel motivo che non furono trasmesse alla Procura della Federcalcio.
5 anni fa però, Auricchio dichiarò che tali intercettazioni non esistevano, piacesse o non piacesse. La rilevanza di un documento probante deve essere determinata dagli organi competenti e non da chi è deputato ad un lavoro prettamente investigativo. Se esistesse sovrapposizione di ruoli in questo ambito si creerebbero controversie spesso insanabili. Se inoltre queste intercettazioni non fossero state rilevanti, come spiega il Colonello che le medesime siano state ammesse dal giudice Teresa Casoria al processo di Napoli?
A riprova della rilevanza di questi documenti è emersa la cosidetta "Operazione Ladroni", portata avanti da Facchetti e Nucini. Le finalità di questa operazione consistevano nello smascherare eventuali comportamenti illeciti da parte di altre società di serie A. Si è inoltre scoperto che Nucini ricevette garanzia di una serie di colloqui di lavoro presso le società presiedute dall'a.d. interista Ernesto Paolillo, in virtù dei servigi prestati a Facchetti stesso.
Da quanto riportato si evince come il quadro sia molto complesso ed estremamente articolato. I fatti emersi a Napoli raccontano di una serie di atti compiuti dalla società nerazzurra che la giustizia sportiva avrebbe potuto considerare illeciti ai tempi di calciopoli e portare ad una storia completamente diversa.
La questione non deve essere semplificata, come molti hanno fatto, al dualismo Inter-Juventus, in quanto lo scandalo ha coinvolto, direttamente od indirettamente, molte società calcistiche italiane. La Roma, società oberata dai debiti e di fatto asfittica in chiave mercato per molti anni, non ha beneficiato quanto avrebbe potuto se i fatti nuovi (ma vecchi) fossero emersi nel 2006. E altrettanto potrebbe dire il Chievo Verona, società dalla gestione economico-sportiva esemplare, che avrebbe potuto accedere direttamente alla Champions League senza dover passare dai preliminari (che poi lo eliminarono). E l'Inter?
L'Inter è stata l'unica società ad aver tratto significativi vantaggi dalla gestione discutibile dello scandalo Calciopoli. Ne ha beneficiato in chiave mercato, in quanto consapevole del proprio futuro sportivo (in serie A ed in Champions direttamente) e avvantaggiata dai premi derivanti da un titolo vinto per vie giudiziarie. Ha acquistato giocatori come Ibrahimovic e Vieira dalla Juventus, che hanno fatto la fortuna del club nerazzurro e che difficilmente sarebbero stati ceduti dalla società di corso Galileo Ferraris. Ha acquisito un predominio sportivo indiscusso vista l'assenza di reali competitor per anni, di fatto annichiliti dalle sentenze di Calciopoli.
In questi giorni ci apprestiamo a vivere i capitoli finali (?) per quanto concerne l'aspetto giuridico sportivo. Ciò che lascia perplessi è come molte delle società indirettamente penalizzate da una sentenza rivelatasi incompleta, alla luce dei fatti ora emersi, non abbiano fatto sentire la propria voce nelle sedi opportune. Che possa esserci un qualche gentlemen agreement sotteraneo è possibile, essendo il calcio un business e il business un mondo dove sono il profitto e l'interesse a determinare amicizie e collaborazioni. Del resto Juventus, Milan ed Inter hanno sempre mantenuto ottimi rapporti (si pensi ai diritti televisivi), al di là di schermaglie di facciata più per accontentare i tifosi che non per convinzione delle parti.
Ad ogni modo, il dossier di Palazzi giunge in tempi molto lontani da quelli cui i fatti si riferiscono e solo perchè invocato dalla società maggiormente penalizzata dalla Giustizia Sportiva nel 2006. La Procura FIGC avrebbe potuto e dovuto riaprire la questione autonomamente, ma non lo ha fatto per evitare disidicevoli controversie.
Che lo scudetto 2006 venga o meno revocato all'Inter interessa relativamente. Gli inviti al buon senso che si leggono in questi giorni circa la cancellazione di quel titolo conteso sono fuori luogo oltre che perbenisti. Le persone di buon senso sanno che anche revocando quello scudetto non si cancellerebbero gli errori commessi, ma probabilmente se ne aggiungerebbero altri.
Se dal dossier redatto dal procuratore Palazzi emergesse la definizione di un illecito sportivo, di per sè possibile considerando la natura dei fatti rivelati nel processo di Napoli, l'Inter si ritroverebbe a dover fronteggiare la paradossale situazione di aver beneficiato di un intero processo sportivo che, oggi, sarebbe completamente ribaltato, avendo trasformato la vittima in un ulteriore carnefice. Che fare dunque?
Palazzi sa perfettamente che togliere il quattordicesimo scudetto nerazzurro potrebbe essere la soluzione giusta, ed eclatante, per mettere a tacere polemiche protrattesi in questi ultimi 5 anni. Non di meno, è consapevole del fatto che non sarebbe una punizione paragonabile a quelle inflitte, se non alla Juventus (accusata di frode oltre che di illecito), a Milan, Lazio e Fiorentina, condannate per reati analoghi nella forma. A questa deprecabile situazione, potrebbe porre rimedio il ricorso alla prescrizione per gli eventuali illeciti, essendo questi riferiti a fatti accaduti in tempi prescrivibili, come sancito dal Codice di Giustizia Sportiva (art. 18 del C.G.S. al 2006; la durata è oggi estesa a 8 anni come citato nell'articolo 25 del nuovo codice). L'eventuale revoca del tricolore nerazzurro, in assenza di sanzioni punitive per l'entità dell'eventuale illecito contestato, porterebbe ad una difformità di giudizio sostanziali tra le parti. Nel considerare le ipotetiche pene, si dovrebbe inoltre tenere conto dell'aggravante legata al vantaggio ricavatone per gli anni di assenza di questo materiale probatorio. Tali indubbi benefici potrebbero essere di per sè stessi considerati illeciti in quanto reiterazione del reato, di conseguenza non prescrivibili vista la procedibilità temporale. L'imbarazzo delle parti coinvolte è dunque comprensibile, ma altrettanto inaccettabile perchè opportunista.
Il comportamento di Federcalcio e Giustizia Sportiva in merito a questa vicenda è stato contraddittorio e sommario. L'epilogo che ci apprestiamo a vivere rischia di essere l'ennesimo capitolo di un periodo storico del nostro calcio cui ogni tifoso non avrebbe voluto assistere. I fatti qui riportati non hanno per fine la criminalizzazione di un club appannaggio di un altro. Se così fosse, si sarebbe parlato anche delle vicende di Vieri o dei passaporti falsi di anni addietro, ma sono fatti che esulano la tesi qui sostenuta. Si sono semplicemente evidenziati l'incongruenza e gli aspetti controversi di molte decisioni prese nel corso di questi anni. Che poi tutta Calciopoli abbia velocizzato il processo di maturazione per cui l'Inter sia riuscita ad imporsi in Italia per 4 anni consecutivi e trionfare in Europa è una logica conseguenza.
Basterebbe fare un gioco. Immaginate che tutte le intercettazioni fossero state a disposizione nel 2006 e che l'Inter fosse stata accusata dei medesimi illeciti di Milan, Lazio e Fiorentina. Cosa sarebbe successo in questi anni? La Juventus sarebbe comunque andata in serie B con annessa penalizzazione, ma l'Inter, senza uno scudetto in bacheca, una Champions in meno da giocare ed una penalizzazione per l'anno successivo, avrebbe avuto la forza economica e l'appeal necessario per acquistare e convincere Ibrahimovic della bontà del proprio porgetto? Senza lo svedese avrebbe vinto tre scudetti consecutivi come accadde con il numero 8 in squadra? Avrebbe comunque acquistato Eto'o, anche senza avere Ibra che il Barcellona tanto voleva? Sarebbe arrivato ugualmente Mourinho in una squadra nemmeno vincente nel proprio campionato? Chi mai potrà dirlo, le "sliding doors" esistono soltanto al cinema...

E prescrizione fu. La questione però non è conclusa, in quanto la decisione sull'eventuale revoca spetta alla Federazione. Abete dichiarò che "l'etica sportiva non ha tempi di prescrizione"; il fatto che su tali atti la procura non abbia proceduto in quanto scaduti i termini vigente codice, non esclude la possibilità che i medesimi comportamenti, a posteriori giudicati illeciti, possano indurre la FIGC alla revoca.
RispondiEliminaRestano molte perplessità dunque, ma una domanda sorge spontanea: perchè nel 2006 tutte quelle telefonate non furono acquisite? Misteri di Telecom...