venerdì 22 luglio 2011

Siamo figli di Indro Montanelli.

Il 22 luglio 2001 si spegneva a Milano il giornalista Indro Montanelli. Intelligente, ironico e di grande cultura, Montanelli ha saputo contraddistinguersi per la suprema fedeltà al suo unico datore di lavoro, il lettore. Colpevolmente dimenticata anche per ragioni politiche, la figura del giornalista toscano deve tornare d'attualità, in occasione del decennale della sua scomparsa, per fare alcune considerazioni circa la condizione del giornalismo italiano.
Banale, volgare e sempre più spesso parziale, l'informazione in Italia raramente ha conosciuto periodi più bui, ed è una realtà che affligge tanto la carta stampata quanto il mezzo televisivo.


Le vendite di quotidiani sono calate significativamente, essendosi attestate su livelli paragonabili a quelli dell'era fascista, periodo nel quale il Paese era caratterizzato da un elevato tasso di analfabetismo ed il giornalismo era tutto fuorché plurale. Ritenere che tale calo sia dovuto al supporto cartaceo della stampa, piuttosto che al contenuto della stessa, sarebbe semplicistico. E' innegabile che l'evoluzione dei sistemi di comunicazione abbia portato a dei cambiamenti nelle modalità di informarsi degli italiani, ma i motivi del crollo delle vendite sono da ricercarsi anche, e soprattutto, in un progressivo svilimento dell'informazione sui quotidiani, dovuto a pressioni interne ed esterne che minano l'indipendenza propria del giornalismo. I Consigli di Amministrazione delle maggiori testate nazionali sono molto spesso occupati da soggetti che ricoprono incarichi di prestigio nel panorama economico-sociale italiano. Il prodotto risultante da un vertice direttivo di questo tipo non può che essere edulcorato e parziale in funzione delle necessità dei membri più in vista del C.d.A. stesso. I bilanci dei quotidiani inoltre, sempre più critici per business plan spesso fuori da ogni ragionevole logica di mercato, sono efficace strumento di ricatto intellettuale e sostanziale da parte dei grandi inserzionisti, i quali hanno aumentato considerevolmente (ed in modo disdicevole) il proprio peso all'interno della linea editoriale dei quotidiani. L'allontanamento del lettore è solo un'ovvia ed inevitabile conseguenza della contraddizione di un sistema teoricamente autonomo, ma nella sostanza asservito a logiche di potere.
Tralasciando le emittenti private, che non gravano sui cittadini con canoni od imposte, il giornalismo sull'emittente di servizio pubblico si trova a dover lottare per affermare la propria indipendenza. Invece di porsi a garante dell'informazione al cittadino, in virtù della natura stessa del servizio, la Rai ha assunto nel corso degli anni connotati di strumento di garanzia per la classe politica chiamata a governare l'Italia.
Milena Gabanelli è il caso emblematico del paradosso Rai. Report è una trasmissione di approfondimento giornalistico che ha garantito ricavi significativi in termini di inserzioni pubblicitarie. Ciò nonostante, il rinnovo del contratto della Gabanelli è stato oggetto di notevoli controversie legate alla copertura legale che la Rai non ha intenzione di garantire. Per sua natura Report, trattando di argomenti di pubblica rilevanza, è soggetta a subire cause civili. Non garantire assistenza legale ad un giornalista investigativo riduce notevolmente i margini di libertà che tale figura deve necessariamente avere. Compromettere il proprio patrimonio in difesa del meticoloso lavoro svolto, è una situazione inacettabile per chi, come la Gabanelli, ha sempre adempiuto al proprio ruolo con grande professionalità e serietà. E' ancor più inaccettabile che sia proprio l'emittente pubblica a tenere un tale comportamento, lasciando in questo modo intendere che le pressioni esercitate su di essa hanno avuto il sopravvento sul buon senso e sulla logica di mercato che ha premiato il programma.
Il Tg1 diretto da Augusto Minzolini è il contraltare del giornalismo offerto dalla Gabanelli. Previsioni del tempo fasulle in periodo referendario atte a ridurre l'affluenza, omissioni di notizie quali il raduno “Se non ora quando?” di migliaia di donne a vantaggio di frivolezze proprie di altri Tg, rendono conto della pochezza di cui la Rai si sta colpevolmente macchiando. Il calo del 10 % di share di quello che era il principale tg nazionale deve necessariamente far riflettere.
Oggi in molti parleranno di Montanelli spendendo parole di elogio per la sua figura e le indiscusse qualità professionali e morali. Lo stile ed il carisma del giornalista di Fucecchio resteranno inarrivabili per chiunque, essendo anche il risultato di un contesto storico profondamente diverso rispetto a quello in cui le nuove generazioni sono cresciute. La sostanza del suo esempio deve però essere tramandata. La coerenza, l'onestà intellettuale e la libertà di pensiero hanno sempre trovato riscontro nelle sue azioni. Basti pensare alle dimissioni da il Giornale, che lui stesso fondò, per le ingerenze (e la qualità delle stesse) del suo editore, così come al rifiuto della carica di senatore a vita, offertagli dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, perchè il giornalista "deve tenersi a distanza di sicurezza dal potere" per poter essere sopra le parti.
Indro Montanelli è stato il più grande giornalista del nostro Paese, un Uomo per cui ci si può definire fieri di essere Italiani. Chiunque intraprenda la carriera giornalistica deve averlo come punto di riferimento per la grande professionalità con cui ha svolto il proprio lavoro sino alla fine dei suoi giorni. Esserne gli eredi deve far riflettere i giornalisti circa la condizione della propria autonomia ed indurli ad un maggior senso di responsabilità per l'importanza sociale e culturale che contraddistingue la loro professione. Siamo figli di Indro Montanelli, ed è doveroso ricordarsene per costruire un'Italia migliore.

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